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lunedi 5 gennaio
Piatti e ricette della tradizione autunnale e natalizia, del territorio amerino
Alla tradizione natalizia appartengono la zuppa di castagne e ceci ( 200 g. di ceci, 250 g. di castagne, 100 g. di pomodoro passato, uno spicchio d’aglio, un ciuffo di prezzemolo, sei fette di pane casereccio, tre cucchiai di olio extravergine d’oliva, pepe, sale - tenere a bagno i ceci per una giornata, porli in una pentola, coprirli d’acqua e lessarli a fuoco basso per almeno due ore, quindi scolarli. Arrostire le castagne, pelarle e tagliarle a pezzettini piccoli. Preparare un misto con aglio e prezzemolo tritati e porlo assieme alle castagne e all’olio in una casseruola. Soffriggere, unire il pomodoro e, passati pochi minuti, i ceci. Dopo una decina di minuti versare l’acqua e cuocere per un’ora. Aggiungere sale, pepe e servire su fette di pane abbrustolito disposte nei piatti fondi.),
I maccheroni dolci (vengono cotti in acqua e sale, conditi con pane grattato, impasto di zucchero, noci tritate, cioccolato grattugiato, alchermes e una presina di cannella),
Il baccalà con le prugne (800 g. di baccalà già ammollato, 500 g. di salsa di pomodoro passato, 20 g. di prugne secche snocciolate, 60 g. di uvetta passa, una cipolla, una costa di sedano, otto cucchiai di olio extravergine d’oliva, sale - tritare cipolla e sedano e porre il condimento in un tegame assieme all’olio. Soffriggere prima di unire il pomodoro passato, lasciare che si formi un sughetto e unire il baccalà fatto a pezzi, spellato e spinato e cuocere una ventina di minuti. Unire prugne e uvetta e portare a termine la cottura. Aggiungere, se necessario, sale e servire caldo).
Tra i dolci ovviamente primeggiano i celeberrimi fichi Girotti. La ricetta è stata elaborata nel 1830 da Amerigo Girotti. Si tratta di fichi che vengono fatti essicare per poi essere farciti con mandorle, canditi o noci. Un tipo prevede l’inserimento all’interno di nocciole e
cioccolato.
Nella zona di Lugnano e Penna in Teverina è possibile degustare anche il pangiallo (300 g. di uva passa, 200 g. di mandorle, 200 g. di noci, 200 g. di nocciole, 100 g. di pinoli, 100 g. di farina, 200 g. di miele, 150 g di cacao, 50 g. di cioccolato grattugiato - tritare tutti gli ingredienti e riscaldare il miele in un pentolino a fuoco molto basso. Mettere l’insieme in una bacinella e mescolare con un cucchiaio di legno finché non si avrà un impasto denso. Formare, poco per volta, panetti premendoli con forza. Sistemarli nel forno e far cuocere per circa mezz’ora).
ATTIGLIANO – SABATO 15 NOVEMBRE
La vecchia parrocchiale fu abbattuta una ventina d’anni fa per problemi di stabilità. Risaliva al XVI secolo e l’interno era diviso in tre navate. Ciborio e fonte battesimale, cinquecenteschi, sono stati trasferiti nella nuova costruzione realizzata su disegno di Aldo Stramaccioni e Aldo Francesetti. Dedicata sempre a San Lorenzo Martire, consacrata nel 1983, ha un portale in bronzo di Nadia Rognoni ed è stata decorata con mosaici eseguiti a Montepulciano. Dentro spicca la Via Crucis di Aligi Sassu (1912-2000).
Su un colle sulla riva sinistra del Tevere, in una suggestiva cornice dominata da calanchi, Alviano è tutta raccolta attorno al suo castello, attuale sede municipale, trasformato nel 1495 dal capitano di ventura Bartolomeo (1455-1515) con un gusto che richiama le tendenze architettoniche di Leon Battista Alberti e Bernardo Rossellino. La chiesa parrocchiale, risalente al XV secolo, è dedicata a Santa Maria Assunta. Divisa in tre navate, ospita parte della pala Madonna in Gloria di Niccolò Alunno (1484). Gli sportelli laterali, invece, con San Giovanni Battista e San Sebastiano, si trovano a Roma, a Castel Sant’Angelo. Poco distante dal centro, si estendono i novecento ettari, quattrocento dei quali occupati dalle acque dell’oasi naturalistica gestita dal WWF grazie ad una convenzione stipulata anche dalla Provincia di Terni, dalla Regione dell’Umbria e dall’Enel. Vi si possono avvistare oltre centosessanta specie di uccelli. D’altronde, fu proprio in questa zona che nel 1212 avvenne il famoso miracolo delle rondini nel corso di una predicazione di San Francesco. Un affresco, attribuito al marchigiano Giuseppe Bastiani, lo ricorda nella cappella all’interno del castello.
CIVITELLA DEL LAGO – SABATO 6 DICEMBRE
Civitella del Lago, antico borgo medioevale, coniuga la bellezza del paesaggio a interessanti aspetti storici e archeologici. Situato tra Orvieto e Todi e immerso nel comprensorio naturalistico del Parco Fluviale del Tevere, si affaccia sulle sponde del lago di Corbara. Fanno da cornice i boschi e gli olivi delle colline umbre. Dal paese si osserva uno splendido panorama che segue il visitatore nella scoperta dei vicoli e degli angoli più suggestivi, dentro e fuori le mura. Nel centro storico si ammirano la Portella, l’arco di Diomede Atti, la chiesa della Madonna del Prato e il Palazzo Atti. Nella Chiesa Parrocchiale di Santa Maria, anche essa situata nel centro storico, si raccolsero le offerte per le crociate. Accanto all’altare maggiore si trova il bel crocefisso ligneo, molto espressivo e di mirabile fattura donato ai suoi concittadini nel 1884 da Don Celestino Pensi. La sacra immagine, forse databile al XV secolo, ha le braccia movibili per permetterne la deposizione sul lettino funebre e trasportarlo nella tradizionale processione del Venerdì Santo (Cristo Morto).
Amelia fu fondata nel 1134 a.C. dal mitico Amiro con popolazione d’origine etrusca, romana e umbra e prese il nome di “Ameria”. Fu fiorente municipio romano. Durante le invasioni barbariche subì saccheggi fino ad essere quasi distrutta nel 548 dai Goti di Totila. Nel 726 Gregorio II l’assoggettò alla Chiesa. Nel 730 -740 fu occupata da Liutprando per ritornare, nel 742, nuovamente sotto il pontificato di Zaccaria. La famiglia Venturelli è conosciuta ad Amelia fin dal 1300, il capostipite Petrucciolo compare eletto nel Consiglio degli Anziani. Il Palazzo rientra nella tipologia di costruzione che, a cominciare dal luogo prescelto all’interno delle mura, testimonia le stratificazioni di una città in cui è evidente il riuso dell’antico. Come per la maggior parte dei palazzi nobiliari della città l’edificio venne costruito su preesistenze romane utilizzando le strutture e gli ambienti come base di appoggio. Il Palazzo, inoltre, si trova presso la Porta del Sole (tuttora ben visibile), antico accesso della città verso est, da cui una strada basolata si ricongiungeva in direzione ortogonale con il cardo, proseguimento urbano, della via Amerina. Il Palazzo Farrattini, tuttora proprietà della famiglia, ha conservato intatto il suo carattere di dimora dinastica. I suoi antichi pavimenti originali mostrano il segno di cinque secoli di storia. Varcata la soglia ed attraversato l’atrio, lo sguardo si apre sul giardino e sull’uliveto che si estendono su un’area di 10.000 mq sino a raggiungere le mura poligonali offrendo un panorama irripetibile della campagna amerina.
MONTECCHIO – SABATO 13 DICEMBRE
Il borgo, fortificato dai Normanni nella lotta contro Spoleto, si sviluppò nel XII secolo. Il ritrovamento di una estesa necropoli rupestre fornisce la testimonianza di importanti insediamenti umbri ed etruschi. La sua storia narra di alterni governi dei vicini domini Baschi e Todi. Alla fine del XV secolo fu conquistata dalla Chiesa, che nel 1528 vendette Montecchio alla famiglia degli Atti, signori di Todi. È Comune italiano dal 1948. Nel centro storico di Montecchio, borgo rurale fortificato dell’XI secolo, da vedere il Castello, i resti della doppia cerchia di mura (la prima del 1154, la seconda del 1190), la Porta, un tempo unico ingresso al castello, formata da un arco a tutto sesto e sormontata da una Torre merlata, e la chiesa parrocchiale di Santa Maria delle Grazie, anteriore al 1400. Nei dintorni si trovano i ruderi del Castello di Carnano (XV secolo), possedimento dei signori di Baschi, del quale restano brani del muro di cinta. Nella frazione di Melezzole meritano una visita il castello medievale con la sua chiesa di San Biagio (XII secolo), legata ai ricordi francescani, mentre a Tenaglie si segnalano il Palazzo Ancajani (XVIII secolo), sede del Museo della Civiltà Contadina e dell’Antiquarium Comunale, che custodisce i reperti della necropoli umbro-etrusca di Fosso San Lorenzo, databile tra il VI ed il IV secolo a.C. Di grande interesse storico, l’area e il parco archeologico ambientale Vallone San Lorenzo (località Fosso S. Lorenzo), dove è stata rinvenuta una Necropoli umbro-etrusca di vaste dimensioni, oggi visitabile grazie ad un suggestivo percorso naturalistico-archeologico. Le circa 3.000 tombe e la vicinanza con il Tevere, allora navigabile fino alla confluenza con il Paglia, lasciano supporre l’esistenza di un grandissimo centro commerciale dove probabilmente avvenivano scambi di merci con Roma tra Etruschi ed Italici. I reperti sono custoditi nell’Antiquarium Comunale di Tenaglie e nel Museo archeologico di Orvieto.
Edificato su un’alta collina rocciosa, il castello è l’imponente fulcro visivo del piccolo borgo umbro di Giove, così chiamato per la presenza già in epoca pre-romana di un tempio dedicato al padre degli dei. Numerosi reperti archeologici venuti alla luce nel territorio comunale (tombe, resti di edifici, monete, ecc.) ed i resti del porto fluviale di San Valentino sul Tevere testimoniano l’antichità, nonché la ricchezza dell’insediamento che diede vita al borgo medievale. Le prime notizie storiche sul castello, chiamato originariamente “Castel di Juvo”, risalgono al 1191. Nella sua storia secolare, il nucleo medievale del castello si è arricchito di preziosi interventi architettonici che hanno contribuito a definirne il maestoso aspetto attuale. Terrazze, cortili, stanze e passaggi segreti ancora da riscoprire, ne costituiscono l’articolata struttura che si compone di ben cinque piani illuminati da 365 finestre, una per ogni giorno dell’anno. Eccezionali opere pittoriche a tema mitologico eseguite da maestri cinquecenteschi quali Domenichino e Paolo Veronese, testimoniano ad oggi l’importanza ed il prestigio delle famiglie che si sono succedute nel castello durante i secoli. Per tutto il medioevo il castello e il borgo, per la loro importanza strategica, furono teatro di aspre contese tra i maggiori comuni e famiglie della zona. Nel 1300 venne assoggettato da Amelia, da Narni, poi dai signori di Baschi ed infine dal cardinale toscano Giovanni Orsini che lo assediò ed espugnò. Papa Giovanni XXII intervenne riprendendo il castello e imprigionando il cardinale Orsini ad Amelia. Ancora nel ‘400 Giove cadde in mano alla famiglia Anguillara, prima alleata e poi nemica del Papa. Paolo II Farnese, nel 1465, riconquistò di nuovo il castello e lo pose direttamente sotto il dominio di Roma. Cesare Borgia, nel 1503, smantellò tutte le opere difensive della fortezza. Nel 1545 Ottavio Farnese, Duca di Castro e Ronciglione, governò il feudo di Giove tramite sua figlia Contarina Farnese. Agli inizi del ‘900 il castello fu venduto ai Ricciardi quindi passò al generale di Robilant e, infine nel 1936 ai Conti Acquarone, dai quali fu acquistato negli anni ‘80 dall’attuale proprietario.
Il legame tra Baschi e San Nicola risale al XII secolo. Gli abitanti del posto avevano un rapporto privilegiato con il fiume Tevere. I porti di Pagliano e Corbara garantivano scambi commerciali e culturali e molto praticata era l’attività della pesca. Parve, dunque, opportuno farsi proteggere da un santo che avesse, in qualche modo, a che fare con l’acqua. San Nicola, protettore dei marinai, faceva proprio al caso. Ci si recò, quindi, a Bari e si fece ritorno con la reliquia della “manna” che fuoriusciva dal sepolcro. La sostanza, che si riteneva avesse proprietà terapeutiche per le ossa, venne custodita nella chiesa di San Nicolò fino al 1920, anno in cui venne trafugata. Dichiarata per il suo valore artistico monumento nazionale, San Nicolò è stata realizzata tra il 1575 e il 1581 dall’architetto Ippolito Scalza sopra un precedente impianto quattrocentesco. All’interno, nella cappella del SS. Sacramento, nel braccio destro del presbiterio, si trova un polittico del 1440 secolo attribuito a Giovanni di Paolo raffigurante una Madonna con Bambino tra San Giacomo di Compostela e San Nicolò. Nelle tre cuspidi sono rappresentati, al centro, Cristo benedicente, a sinistra, un Angelo annunciante, a destra, la Vergine. Poste lateralmente sono, invece, le due tele con San Pietro e San Paolo, entrambe del 1796, di Filippo Naldini e altre, lungo la navata, attribuite, invece, ad Andrea Polinori.
PENNA IN TEVERINA – SABATO 20 DICEMBRE
Un nobile patrizio romano di nome Giovanni, assieme alla moglie, non avendo prole, decise di dedicare una chiesa alla Vergine Maria. Una leggenda narra che la Madonna apparve loro in sogno nella notte tra il 4 e il 5 agosto, informandoli che un miracolo avrebbe indicato loro il luogo su cui costruire la chiesa. Anche il Papa Liberio, che fu pontefice dal 17 maggio 352 al 24 settembre 366, ebbe lo stesso sogno e il giorno seguente, recatosi sull’Esquilino, lo trovò coperto di neve. Il Papa stesso tracciò il perimetro dell’edificio e la chiesa fu costruita a spese dei due coniugi, divenendo nota come chiesa di Santa Maria “Liberiana” o popolarmente “ad Nives”. L’edificio originario fu abbattuto nel V secolo, sotto il pontificato di Sisto III, per essere poi ricostruito in maniera più sontuosa, con il nome di basilica di Santa Maria Maggiore, in ricordo del concilio di Efeso (431). A Penna in Teverina ogni 5 agosto viene rievocato il miracolo avvenuto a Roma e si festeggia la Vergine provvedendo a “fare nevicare” artificialmente. La chiesa di Santa Maria della Neve è, appunto, dedicata alla Madonna. Iniziata nel XV secolo, arricchita da aggiunte barocche nel XVII, è stata più volte rimaneggiata sino all’aspetto attuale. All’interno, sopra l’altare maggiore, c’è una tela del XVIII raffigurante San Valentino. Interessante anche un’altra opera con San Giuseppe risalente allo stesso periodo. Merita d’essere visto attentamente il bel presepe artistico, realizzato da Divo Pettirossi, con cinquanta personaggi in movimento e cinquanta statici.
GUARDEA – DOMENICA 21 DICEMBRE 2008
Costruita nel XVIII secolo con un’unica navata e tre cappelle laterali, la chiesa di San Pietro e San Cesareo si affaccia su Piazza Panfili. Accoglie le spoglie del Beato Pascuccio e ospita opere pregevoli come una Madonna del Rosario di Pietro Paolo Sensini (XVII sec.), le Nozze Mistiche di S. Caterina e la Beata Angelina di Marsciano, S. Cecilia e S. Giuseppe attribuite alla cerchia del pittore romano Placido Costanzi (1702-1759), un’Annunciazione di Jacopo Zoboli (XVIII sec.), e dietro l’altare maggiore, un’Ultima cena (XVI sec.) attribuita per diverso tempo a Gian Francesco Perini e, di recente, a Liotardo Piccioli, autore tra l’altro di una tavola raffigurante l’Incoronazione della Vergine. La tela, restaurata nel 1999, sembra derivi direttamente da un’altra Ultima Cena dipinta da Livio Agresti, di cui il Piccioli fu allievo, intorno al 1579.
LUGNANO IN TEVERINA – DOMENICA 28 DICEMBRE
La Collegiata rappresenta uno degli esempi più importanti del romanico umbro. Si ammiri nella facciata in cima al frontone una grande aquila, simbolo in questo caso di Maria Assunta, cui è dedicata la costruzione, spiega le ali in procinto di alzarsi in volo. Tra gli artigli stringe un agnello immolato. Altre due aquile, ai lati del quadrato che racchiude il rosone, sono poggiate sulle teste di due agnelli . Rimandano alle figure dei traghettatori di anime che, dopo la morte, conducono i giusti al cielo. Il grande rosone è costituito all’esterno da sedici raggi doppi e al centro da otto raggi gemelli. Anche l’atrio risulta interessante dal punto di vista simbolico. I quattro evangelisti sono collocati sopra le quattro colonne. Matteo, l’angelo, guarda in avanti per rimarcare, con l’apertura del suo sguardo, l’universalità dell’uomo. Gli altri tre sono rivolti verso di lui: Marco, il leone, simbolo di resurrezione, Giovanni, l’aquila, indica l’ascensione, Luca, il toro, è riferito alla passione, al sacrificio. Sul lato destro dell’architrave, in senso contrario ai quattro santi, un animale impaurito esprime il terrore della carne tentata e aggredita dal male, caduta nel peccato. Sotto l’aquila giovannea la colonna che sostiene l’architrave si conclude con un capitello su cui sono scolpiti due personaggi dalle cui orecchie escono due nastri intrecciati tra loro e terminanti con un grande fiore. Si tratta di un’immagine lirica che si riferisce all’ascolto dell’Angelo da parte di Maria, alla Sua sottomissione alla volontà divina. L’orecchio allacciato ad un fiore designa, infatti, nella simbologia romanica l’obbedienza alla parola di Dio. I due nastri che s’intrecciano disegnano un cerchio, ad attestare lo stare in comunione. Non a caso, sopra il capitello si nota un fiore a cinque petali, emblema, infatti, del Nuovo Testamento, della comunione in Cristo. La stessa scena si ripete sui quattro lati del capitello, verso i quattro punti cardinali dei quattro evangelisti che annunciano il verbo.
La Cattedrale di Amelia edificata nel VI secolo forse sulle rovine di un antico tempio del Sole, ospitò nell’anno 862 le spoglie dei Santi Martiri Fermina e Olimpiade. Restaurata nel 1245 e arricchita nel XIV secolo di aggiunte, fu devastata da un incendio nel 1629 e ricostruita con struttura e decorazioni barocche. L’interno è a croce latina, con un’unica navata separata dal presbiterio da un parapetto marmoreo con tre accessi. L’abside ha la volta affrescata. Il trono vescovile è, come quello pontificio, a cinque gradini per un privilegio concesso da Sisto V nel 1474, durante il suo soggiorno ad Amelia. Sull’altare della cappella dell’Assunta spicca la tavola Assunta fra gli Angeli, di notevole qualità, attribuita dagli studiosi al cosiddetto Maestro di Narni del 1409 o a Duccio di Boninsegna. Le altre cappelle mostrano opere di valore tra cui l’Ultima Cena di Giovanni Francesco Perini, del 1538, il Martirio di Santa Fermina e il Martirio di Sant’Olimpiade attribuiti a Niccolò Circignani detto il Pomarancio (1530/35 ca – 1592), una Madonna con Bambino e Santa Apollonia e un’altra del Rosario della scuola del Perini e del figlio Giulio, il monumento funebre di mons. Giovanni Geraldini, opera di Agostino di Duccio, sormontato da un bassorilievo con le tre Virtù teologali e San Giovanni Battista, un Crocifisso ligneo del Cinquecento, un caratteristico organo positivo (strumento del Seicento di scuola romana; il termine “ad ala” sottolinea la disposizione delle canne che decrescono da sinistra verso destra; è’ posto in una cassa divisa in due parti con quella superiore che contiene canne e tastiera e quella inferiore in cui sono alloggiati i mantici), una Madonna in gloria, del 1634, di M. Antonio Grecchi. Nella cappella Farrattini domina una Madonna in trono con Bambino e Santi attribuita a Taddeo Zuccari (1529 – 1566). Ai lati della cappella Barcherini è raffigurata una Madonna addolorata da qualcuno attribuita a Vincenzo Manenti (1600 – 1674).